07 giugno 2006

La cultura da casinò

Propongo qui un estratto della mia tesi di laurea intitolata "Il concetto di scarto e la globalizzazione in Zygmunt Bauman." Il passo riguarda l'idea di bellezza-arte nella cultura contemporanea, un aspetto particolare utile a ragionare sulla società moderna.

George Steiner parla di cultura da casinò dove ogni prodotto è calcolato in vista del massimo impatto (riuscire a farlo distinguere, disgregandolo dal resto dei prodotti) per poi renderlo obsoleto istantaneamente (in modo da favorire i nuovi arrivati). Gli artisti oggi creano opere che vengono smantellate alla chiusura dei battenti della mostra mentre quelli del passato puntavano a comporre qualcosa che raggiungesse l'idea umana e comune di perfezione affinché quell'opera potesse poi divenire eterna. La cultura da casinò presuppone un pubblico onnivoro, che si astenga dal definire i propri gusti rigidamente, cercando di godere sempre e comunque di tutto ciò che è disponibile nel presente, le preferenze devono essere mutevoli, anche incoerenti, la coerenza non è un valore o è comunque trascurabile. La bellezza si è così scrollata di dosso qualsiasi legame con la visione dell'eternità, nessun nesso permane tra valore estetico e durata. La bellezza è diventata ciò che i filosofi consideravano un capriccio privato, cioè una bellezza a prima vista, superficiale, che risponde solo al giudizio di chi osserva e sindaca nella contingenza specifica di un momento o di un periodo, ma che si sottrae all'unico giudice di un'opera perfetta: il tempo.
Il mercato dei consumi è, per le ragioni fin qui chiarite, lo scenario ideale nel quale si rafforza e si autoalimenta la cultura da casinò. Ciò che non interessa di un prodotto che si deve consumare è che abbia un valore estetico obiettivo, o addirittura universale. Non è nemmeno vero il detto secondo il quale la bellezza sta negli occhi di chi la contempla; basta infatti comprendere che la bellezza di oggi risiede nella moda, quindi ogni cosa che oggi si dice bella domani sarà inevitabilmente brutta, (o out) perché la moda cambia di continuo.
Il circolo vizioso della moda, dei consumi, del cambiamento inarrestabile dei criteri con cui si giudica la bellezza, si arricchisce della spinta quasi ossessiva dell'essere belli, evitando in qualsiasi modo di apparire brutti in quanto si sarebbe condannati automaticamente alla discarica dei rifiuti. I musei, secondo questa concezione dell'arte e della bellezza, non sono altro che cimiteri non dissimili da quelli degli uomini, luoghi dove smaltire oggetti non più vitali, lontani dalla esperienza individuale di tutti i giorni.
La vita quotidiana è diventata un palcoscenico nel quale nulla è pensato per durare nel tempo, intriso conseguentemente di transitorietà e fragilità, ogni oggetto, ogni esperienza, ogni immagine è fluida, mobile. Deriva da ciò che l'oggetto e i suoi contorni sono raramente definiti in maniera nitida e dunque ogni oggetto può diventare scarto in qualsiasi momento e viceversa. In generale nella cultura contemporanea i valori sono attributi di esperienze momentanee, nella misura in cui sono idonei e pratici al consumo immediato.

3 commenti:

silvia ha detto...

Trovo questo passo molto interessante... Sono d'accordo anch'io, purtroppo la società di oggi è molto frenetica e così anche l'arte si deve adeguare al rapido cambiamento delle persone e dei loro gusti. Ma è il consumismo che rende rapido il cambiamento dei gusti della società. E alla base c'è comunque qualcuno che per lavoro fa sì che le persone si stufino presto delle cose per proporne altre, quindi azzarderei l'ipotesi che ormai viviamo in una società, se così si può definire, autolesionista, che si costringe da sola a spendere e a trascurare quelli che sono i valori più importanti quali anche l'esigenza di proporre un'opera d'arte che duri nel tempo.

Nico Guzzi ha detto...

Come potrebbe dire un vecchio aristocratico a pancia piena: "Basta avere abbastanza soldi per star dietro alle mode e il problema è risolto ed eventualmente avere ancora soldi per risolvere il problema dello shopping compulsivo da uno psicologo...lo psicologo, quello che manca nei paesi del terzo, quarto, quindi e bla bla mondo, eh sì."

Da parte mia credo che i jeans invecchiati addosso abbiano più valore di quelli invecchiati in fabbrica anche se il prezzo in negozio vorrebbe dimostrare il contrario.

silvia ha detto...

Senza dubbio!
Pensa che, anche se ormai non mi vanno più bene, nell'armadio conservo ancora un paio di jeans comprati negli states nel 2000!
Li ho stramessi e sono tutti consumati, ma se potessi li incornicerei!