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20 ottobre 2011

La favola dell'italiano medio

So che i lettori aspettano con spasmodica trepidazione una nuova puntata di Welcome home. Arriverà, arriverà...
Cosa sarà successo a Stefano? Dove si risveglierà? Con calma la pubblicherò, sono affogato nel quotidiano nell'ultimo periodo. Lunedì e Martedì sarò a Londra per la conferenza di Seomoz-Distilled, che tratta di SEO, Web Marketing e simili.
A parte la vita privata di cui penso non freghi nulla a nessuno (giustamente) oggi voglio condividervi una favola che ho scritto, "La favola dell'italiano medio".
Non sono del tutto convinto io stesso di averne compreso il significato.

05 ottobre 2011

Serata d'ottobre

Una sigaretta sul balcone, ecco cosa ci vuole. Affacciandomi dalla finestra del mio appartamento condominiale posso sentire vite intere scivolarmi intorno.
In cielo la luna somiglia ad uno spicchio di limone, è una notte limpida e calda, fin troppo per essere inizio ottobre. Nessuno se ne lamenta però, giustamente aggiungo io.

27 marzo 2011

Napolitano: "Saranno tempi difficili ma li supereremo"

Quando ti senti completamente altro da te stesso, cioè sempre. Non si è mai se stessi nel tempo, solo immagini. Quando diventi emozione, è un disastro dove il nulla ti riempe di oltre.
Io che sto scrivendo per questo non sono io, grazie ancora Carmelo Bene.
Corro mentre scrivo, non c'è alcun problema a sentirsi nullità, solo coraggio e voglia di mettersi in gioco del tutto. 
Io ti amo, le tue labbra sorridono, come quella fila di extracomunitari in attesa di un permesso di soggiorno ad un altro piano dell'inferno, hanno capito. Nessuno che si preoccupa delle file di extraterrestri che chiedono di poter atterrare e vivere in pace sulla terra. Io sono migrante nel terzo quarto quinto mondo, quarto quinto stato...

16 marzo 2011

Terremoti: quando la natura non è altro che la natura


Provo ad immaginare le scosse di terremoto in Giappone non solo come portatrici di tragedie e distruzione ma come un modo della natura di prendere l'uomo per le braccia e scuoterlo. Mi convinco che sia così. Aleggia la sua voce.

Qual è la tua direzione?
Dove credi di andare?
Ti senti forte?

23 marzo 2010

Google dalla Cina ad Hong Kong con il volo 302

Google ha fatto una scelta importante, quella di uscire dal mercato cinese. Ma momentaneamente o per sempre?
In Cina le quote di mercato di Google sono minoritarie rispetto al colosso Baidu; certo, però le stime parlano di un 25%-30% totali, tutt'altro che irrisorie su una popolazione di quasi 1,400,000,000 di persone, un numero difficile anche da leggere.

21 aprile 2009

Cane km0, bonus rottamazione gatto

cane,cucciolo di gattoVuoi comprare un cane o un cucciolo di gatto? Hai già un cane o un gatto ormai vecchio? Con queste domande il governo ubulecano sembra rivolgersi alla popolazione. L’iniziativa del premier locale è volta a risolvere il problema del randagismo dilagante frutto di una tradizione religiosa per la quale tutti gli animali domestici raggiunta la vecchiaia vengono lasciati liberi per andare a morire nel luogo che preferiscono. La credenza popolare afferma che in questo modo la loro anima potrà congiungersi alla terra liberamente, senza costrizioni, e dunque trovare la pace.

Il problema è che cani e gatti vengono lasciati liberi spesso quando ancora sono in piena forma, così accade che questi si accoppino o continuino a vivere per molto tempo, accrescendo le fila degli animali randagi.
La proposta della maggioranza è quella di obbligare i padroni a consegnare tutti i cani e i gatti che raggiungono di volta in volta la vecchiaia per rilasciarli poi nelle riserve naturali a morire liberamente senza affollare strade e luoghi pubblici.
L’opposizione religiosa ultra-integralista dipinge come immorale e contro natura questa soluzione, aggiungendo che le riserve sarebbero in realtà una prigione e ciò non permetterebbe alle loro anime di trovare la pace.

A questo punto risulta facile fare dell’ironia, immagino già i cartelloni pubblicitari: nuovi incentivi rottamazione cani e gatti. Cambia il tuo vecchio gatto con uno nuovo. Vuoi un cane km0? Passeremo a prendere il tuo vecchio senza spese. Possibilità di finanziamento agevolato. Cuccioli di cane e di gatto in sconto, libera il tuo vecchio cane, la sua anima te ne sarà grata.

Seguiremo gli sviluppi...la soluzione è sotto gli occhi di tutti, basta selezionarla.

Esperimento di link baiting estremo? O pesce d'aprile posticipato?


09 aprile 2009

La pubblicità online conviene?

Si parla spesso del futuro di Internet, del valore e delle prospettive della pubblicità online, della rete globale e della sua continua estensione attraverso le diverse tecnologie, dalla fibra ottica al Wimax.
La crescita dell’advertising sul web è costante, è anche vero però che risulta più difficile individuare novità ed idee che possano realmente dar luogo a una qualche rivoluzione o perlomeno modificare gli attuali equilibri del mercato pubblicitario che tende a premiare i piccoli piuttosto che i grandi colossi, non a caso quest’ultimi sono restii a ridurre i loro investimenti nel sistema radio-televisivo e sulla carta stampata.

I motivi sono molteplici. Anzitutto la percezione di chi si occupa di marketing nelle grandi aziende è che la pubblicità offline si possa analizzare, valutare e quantificare secondo regole molto precise, questo grazie agli innumerevoli studi sviluppatisi negli anni.
In secondo luogo Internet e tutte le tematiche ad esso collegate sono materia recente. Per quanto riguarda poi il web marketing c’è un terzo punto rilevante: una campagna marketing online può essere in realtà studiata e valutata con una precisione e con gradi di focus molto più attendibili rispetto a quello che può avvenire per una qualsiasi altra azione di marketing, per questo può generarsi la paura di un fallimento difficilmente controvertibile a parole, abililità tipica dei markettari (senza offesa, intesi come coloro che devono fare in modo che si venda).

Ad esempio proviamo a riflettere su un volantino e un banner. Fingiamo che l’idea di fondo alla base della loro creazione sia la stessa, un volantino una volta letto può essere buttato o conservato, ma non si saprà mai se ad esempio la maglia pubblicizzata su di esso sarà venduta grazie a questa publicità.
Nel caso di un banner invece, attraverso gli appositi strumenti, si potrà sapere cos’ha fatto l’utente dopo il click, quali sono le pagine che ha visitato, quanto si è fermato, se si è registrato al sito e ha acquistato la maglietta, quante volte sarà ritornato al sito.

Ecco che un addetto al marketing non può più attingere alla sola fuffa per provare l’efficacia di una campagna!

Quello che però non comprendono le grandi aziende è che se la concorrenza su Internet è oceanica è altrettanto vero che se si fa un lavoro fatto bene i risultati si raggiungono e possono diventare virali, questa è la convenienza che si fatica a cogliere.
Dopotutto non vedo perché la Nutella dovrebbe aver paura di cento siti di Cioccolata Pinco Pallino simil-Nutella. La Nutella originale è una e chiunque lo sa, del resto la stessa Google è accusata da più parti di favorire i grandi marchi.
(Mi stanno venendo in mente le fettazze di pane e nutella che mangiavo da piccolo, monumentali, scusate per la digressione e speriamo che la Ferrero mi paghi per queste ultime righe).

Credo che un argomento molto più interessante possa essere quello di capire quale sarà il futuro dell’advertising, chissà, magari la prossima puntata.


08 aprile 2009

SEO contro editori contro aggregatori

lettore di giornaleRiprendo una notizia interessante del Corriere della Sera che tratta della crisi dell’editoria, dei problemi e delle soluzioni allo studio degli editori, molti dei quali si stanno schierando contro tutti quei siti che aggregano le notizie offrendone solo l'estratto iniziale per poi rimandare alla pagina originale dell’articolo presente sui siti Internet delle singole testate giornalistiche.
Alcuni siti-servizi aggregano addirittura le notizie con sistemi automatizzati, nessuna redazione filtra i contenuti, solo algoritmi e formule matematiche, si pensi ad esempio a Google News che l’analista Henry Porter del Guardian considera un regime di monopolio dell’informazione, in quanto non dà alternative a chi crea o cerca contenuti.

Per Rupert Murdoch la soluzione è quella di proporre le notizie nella loro completezza solo ad utenti che pagano un abbonamento, pare che l’idea piaccia e possa contrastare il fenomeno dei siti aggregatori.
Una delle paure principali che hanno le grandi testate è che la notizia si sleghi completamente da chi l’ha creata, livellando così tutto il mercato dell’informazione e rendendo la competizione potenzialmente vastissima, soprattutto quando si tratta di dover inoltrarsi su temi particolari su cui blog, comunità, forum e gruppi specialistici rischiano di farla da padroni.
Questi sono i motivi che spingono molte testate così come le agenzie di stampa a valutare azioni legali contro gli aggregatori.

A questo punto vi propongo alcune considerazioni doverose che non sono state fatte. Esistono sia motivi tecnici che di web marketing per i quali imbastire una crociata ideologica contro gli aggregatori può essere se non controproducente quantomeno miope.
Prima di tutto i link che ricevono i giornali online e le agenzie da questi aggregatori sono spesso di buonissimo livello, infatti molti di questi siti (segnalati anche nell’articolo del Corriere) hanno un pagerank altissimo, generano una quantità di traffico molto elevata e questa potenza viene in parte trasferita ai singoli siti. Non ho individuato l’uso di nofollow negli href, per cui ricevere questi link conviene, in più i commenti disponibili possono accrescere ulteriormente il valore del contenuto.

C’è anche da considerare che tra le azioni principali di SEO e Web Marketing ci sono quelle di Link Popularity e Link Baiting e che hanno tutte un costo, non vedo per quale motivo i grandi editori dovrebbero avere paura di questo sistema che oltretutto possono sfruttare grazie alla loro popolarità e alla conseguente rendita di posizione, potendo pagare molto meno per ottenere risultati che nuove testate impiegherebbero tantissimo tempo a raggiungere e a costi probabilmente più elevati.

E' chiaro che tutto ciò vale se le storiche testate affrontano il tema informazione su Internet comprendendo a fondo le sue peculiarità, potenzialità e possibilità, altrimenti se l’idea è semplicemente quella di riconquistare dagli aggregatori il traffico perso dalla propria Homepage per poter vendere banner e spazi pubblicitari a prezzi più alti il modello rischia di fallire, l'advertising è sempre in fermento e non si può pensare solo a questo elemento, se pur fondamentale. Di sicuro lo stesso modo di creare notizia deve adattarsi, le redazioni devono modificarsi e seguire criteri che tengano conto del mezzo Internet.

Forse tra le preoccupazioni degli editori c'è il fatto che la testata possa passare in secondo piano, non tanto rispetto alla notizia e ai siti che la ripropongono tale e quale, quanto rispetto al giornalista che grazie a internet se fa un lavoro di qualità può conquistare una notorietà e un seguito maggiore rispetto a quello dei giornali per i quali scrive. Si pensi ad esempio al successo del giornalista Marco Travaglio, diventato noto grazie anche alla televisione ma che ha continuato a lavorare nello stesso modo adattandosi però ad Internet, accrescendo così la propria popolarità, che del resto rischiava nel sistema ingessato dell'informazione italiana di franare se fosse rimasta circoscritta alla sola televisione e ai giornali della carta stampata visto gli argomenti politically incorrect che ha sempre trattato.

Non si tiene conto nemmeno della crescita dei Social Network la cui espansione potrebbe andare a diminuire la preminenza degli stessi aggregatori e dei motori di ricerca per quanto riguarda la riduzione massima della timeline delle news che possono essere date con un'efficacia pari alla diretta per un evento inatteso; anche in questo caso possono essere usati anch’essi come una buona vetrina per gli articoli, la qualità saranno gli utenti a discuterla.
A proposito del terremoto in Abruzzo e della scossa più devastante delle 3,32, gran parte delle prime notizie provenivano da Twitter e Facebook, mentre le redazioni dei giornali dormivano o faticavano a dare un qualunque aggiornamento sull'evento.
Chiunque si occupa di informazione non può tralasciare questi aspetti, non può pensare di copiare e incollare al Web il modo di procedere di una redazione offline o più in generale il modello economico della carta stampata o della televisione.


07 aprile 2009

Dio li fa e poi li accoppa

Distruzione e terremotiDio li fa e poi li accoppa, titolo di uno spettacolo di Giobbe Covatta, esprime al meglio la situazione drammatica che si è creata a causa del terremoto verificatosi nella notte tra il 5 e il 6 aprile alle 3,32.
Si sarebbe potuto prevedere? No. Il problema è che l'Italia, paese ad alto rischio idrogeologico, ha fatto finta che questa criticità tipica del suo territorio non esistesse, così un terremoto, la cui forza non è stata in fondo devastante ha distrutto case, paesi interi e spezzato vite umane come il peggiore dei fenomeni sismici. Non è accettabile.

Lo sciame di scosse che continuano a susseguirsi, le cosiddette scosse di assestamento, possono essere monitorate sul sito dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e tra gli altri grazie a un servizio (Earthquake) che offre Google che a quanto pare continua a muoversi come uns piovra cercando di estendere le proprie funzionalità ai campi essenziali della vita umana, tra i quali l'ambiente con il progetto Path to green energy e la salute, con l'implementazione di Google Health per l'utilizzo di un account attraverso il quale è possibile registrare uno storico personale dei trattamenti, delle ricette e della propria situazione medica.

Ritornando al tema principale penso che ci sia bisogno di sottolineare che investire sul futuro significa anche prevenire, per quanto possibile nel caso dei terremoti, ristrutturando, rispettando canoni anti-sismici nella costruzione di nuove abitazioni e magari già che ci siamo anche energetici.
Com'è possibile che alcuni palazzi recenti siano crollati e altri a fianco siano rimasti in piedi? Evidentemente non si è fatta molta attenzione a questi aspetti, come se la sicurezza fosse un problema secondario.
Il modo di agire tipicamente italiano è quello di aspettare che si verifichino emergenze con uno sperpero inutile e spesso irrazionale di risorse nel migliore dei casi e di morti, feriti nel peggiore, come tragicamente è successo in questo caso.

L'ultimo pensiero va a Matteo e Marta, i ragazzi tirati fuori vivi dalle macerie la sera del 7 Aprile, la speranza per il futuro passa anche sulla loro miracolosa salvezza.

03 aprile 2009

L'apocalisse di Google?

google crisiI server di Google sono al sicuro. Questa è la speranza visto che gran parte della conoscenza umana e dell’individuazione della stessa da parte degli utenti passa attraverso 45 container localizzati in una o più località segrete al di sopra di un imprecisato strato d’acqua, forse in qualche base nascosta in mare aperto, Pacifico o Atlantico, chi lo sa, ogni container dispone di 52,200 servers con relative unità UPS di backup, siamo in una botte di ferro? Forse.

Mi viene in mente la puntata di South Park nella quale si verifica un cortocircuito alla rete Internet e lo scenario diventa in poco tempo apocalittico, la gente si ammassa nei campi profughi, unici luoghi all’interno dei quali ci sono postazioni con una connessione funzionante, si arriva così al razionamento di Internet, le persone si dispongono in fila indiana in attesa di poter controllare le proprie email, facebook o il blog personale.
La paura in fondo è sempre la stessa, quando si crea una fitta rete di informazioni che passano attraverso lo stesso canale cresce inevitabilmente l’ansia per un blocco improvviso, un tracollo, un'interruzione più o meno momentanea del servizio di trasmissione.

Partendo dal presupposto che una delle capacità più sviluppate dell’uomo è quella di adattamento nei momenti peggiori della sua storia è anche vero che la rete Internet è forse per la sua natura multicentrica una delle infrastrutture umane più sicure.
Infatti i pacchetti che passano attraverso le grandi dorsali nel caso in cui non riescano a seguire una strada vengono reindirizzate ad altre vie alternative.
Anche per quanto riguarda Google è chiaro che nonostante abbia praticamente monopolizzato il mondo delle ricerche avrebbe a disposizione altre possibilità.
I danni sarebbero probabilmente solo economici, si pensi al mondo variegato degli annunci adsense, gli accordi e i contratti legati, potrebbe essere un’ecatombe finanziaria, ma dopotutto ci siamo abituati, non è vero?
La finanza non è altro che un gioco con cui fare bolle, con crystal balls ci puoi giocare e tante cose puoi inventare, ad esempio un nuovo motore di ricerca, sebbene i fallimenti in questo segmento sono molti, si pensi solo al recentissimo fallimento di Wiki Search.

17 febbraio 2009

Il microcredito di Yunus

Il microcredito di Yunus
Il microcredito nasce da un'idea di Mohammad Yunus, premio Nobel per la Pace nel 2006 e sviluppato a partire dal 1977 in Bangladesh. Yunus circa 30 anni fa ha dato vita ad una nuova concezione di credito fondando la Grameen Bank per cercare di combattere la povertà, ma in che modo?
Se un italiano qualsiasi per ricevere un prestito da una banca deve offrire garanzie su garanzie, avere quindi già un patrimonio alle spalle (nemmeno le idee contano) la Grameen Bank li concede invece ai più poveri senza applicare criteri di solvibilità, ma investendo sul rapporto di fiducia, elemento fondamentale.

Il progetto ha avuto origine in Bangladesh, paese d'origine di Yunus, il termine Grameen è traducibile come aggettivo il cui significato è “del villaggio” quindi banca del villaggio ed è proprio dallo studio di un villaggio in particolare, quello di Jobra, che Yunus ha elaborato la sua teoria secondo la quale la povertà dei suoi abitanti non era dovuta all'incapacità o alla mancanza di idee, ma bensì all'insufficienza di risorse economiche per intraprendere una qualsiasi attività imprenditoriale; nella situazione in cui versavano le famiglie di Jobra il prestito bancario sembrava una soluzione, ma non accettabile a causa degli interessi molto elevati che finivano per soffocare il debitore, in questo quadro si creava perciò uno stallo economico e sociale.
Pensate che il debito contratto da 41 famiglie era di 27 dollari, e per questo debito erano ridotte alla fame! Non strabuzzate gli occhi, per noi è in effetti una cifra ridicola.

La teoria alla base di Grameen Bank non punta a soluzioni accomodanti, ad un'elemosina, ma cerca di alimentare un tessuto sociale e le sue potenzialità.
Significa quindi stimolare le attività imprenditoriali, reinvestire i crediti in nuovi progetti locali, aiutare una comunità ad esprimersi e non ad assimilare un modello di sviluppo importato da qualche paese occidentale che finanzia progetti a macchia di leopardo, valorizzando quindi quelli che sono gli individui ma anche una cultura nel suo complesso.
I beneficiari dei prestiti sono i poveri, ma sulla povertà bisogna stabilire criteri ben definiti e a ciò è molto attenta la Grameen Bank, scongiurando finanziamenti ai meno poveri che altrimenti vanificherebbero gli aiuti a quelli che sono invece alla fame, perché li schiaccerebbero sotto il loro crescente potere economico.

Il denaro non è buono a prescindere, bisogna vedere come viene elargito e chi sono i beneficiari.
Valutare la povertà significa analizzare quello che una comunità ha in termini di risorse primarie, sanità, alfabetizzazione e sistemi di credito. A seconda del grado di sviluppo di questi contesti socio-economici e culturali si possono poi individuare i poveri.
Quello che offre questo tipo di banca non è una soluzione dall'alto immediata ma un percorso di sviluppo per coloro che ne fanno parte e conseguentemente per la comunità nella quale vivono, avendo come orizzonte il medio e lungo periodo per una crescita economica, sociale, scolastica, infrastrutturale e istituzionale. In questo modo anche la banca può trarre profitto perché ha investito su progetti che vengono realmente messi in pratica sul territorio, ha investito sull'economia reale, sulle persone, e soprattutto su gruppi di persone.

Nel progetto di Yunus i prestiti sono stati quindi elargiti alle donne, coloro che non lavoravano, dando vita ad una vera e propria rivoluzione sociale, se prima la donna non aveva poteri all'interno della famiglia, non poteva nemmeno avere un libretto di risparmi, ora può addirittura sviluppare un'attività, produrre reddito, il processo non è stato perciò semplice, il cambiamento è stato culturale oltre che legislativo, ma sta dando i suoi frutti.
I piccoli prestiti diventano un motore per le economie più povere, le donne a volte si aggregano, a volte diventano socie della banca, investono nella pesca, nell'agricoltura, generando una spirale economica positiva del tutto inattesa.

Si crea anche una rete fiduciaria tra i debitori per la quale nel caso in cui uno non riesca a pagare, allora si espongono tutti gli altri, che in questo modo producono un'importante pressione affinché il debitore cerchi di risolvere i suoi problemi in prima persona o con l'aiuto di tutti coloro che insieme a lui hanno un debito (o anche un credito) verso la banca.

Il microcredito si è esteso a moltissime zone del mondo, e oltre alla Grameen Bank altri organismi si stanno spendendo in questo genere di attività, anche nei paesi occidentali dell'Unione Europea. Quest'ultimi infatti non sono esenti da problemi di povertà, di esclusione economica e sociale, si pensi ad esempio alle realtà periferiche delle grandi città, alle ghettizzazioni razziali, ecco perché anche in questo caso il microcredito può essere una valida alternativa (o un supporto) ad un stato del Welfare spesso troppo debole per risolvere queste problematiche.



11 febbraio 2009

Disintossicare la società

soldi, banconote, monete
Ci sarà un momento per la società occidentale in cui sarà inevitabile un processo di disintossicazione culturale e conseguentemente morale e ambientale. Bisogna ora stabilire se ciò avverrà per consapevolezza e quindi azione delle stesse persone o per qualche causa esterna, più o meno traumatica, più o meno dovuta all'irresponsabilità dell'uomo.

Nel primo caso andrebbe formandosi uno scenario in cui ognuno inizia a comprendere razionalmente cosa significa veramente essere uomini all'interno della stessa casa Terra, la domanda infatti è: come trattate casa vostra? Date ogni giorno costanti martellate sui muri portanti? Evidentemente no, se uno sa che la terra è casa sua cerca di fare in modo che funzioni e che duri nel tempo, prova ad andare d'accordo con tutti gli inquilini, preparandosi anche al peggio, gestendo quindi problemi quali quello della fame, dell'approvvigionamento delle risorse, dell'energia, delle riserve, dell'inquinamento, in modo da recare meno danni possibili a se stesso, alla terra e di conseguenza anche agli altri uomini.
Ciò non può avvenire dall'alto, Dio ce ne scampi da un governo mondiale, ma sicuramente come ha sottolineato Obama l'occidente dovrebbe usare il metodo dell'esempio e non quello della minaccia, ciò presuppone però un cambio di politica tutt'altro che dolce, significherebbe nel medio e lungo periodo scontrarsi con le principali lobby e gruppi d'interesse a livello mondiale.

Un piccolo inciso, c'è un gruppo d'interesse che le democrazie tendono a sopravvalutare, quello dei cittadini, che alla prova dei fatti sono in realtà diventati molto meno importanti dei consumatori, non a caso una crisi economica come quella che stiamo vivendo si cerca di risolverla incentivando i consumi con rottamazioni, incentivi (perlomeno in Italia), c'è chi all'estero invece aiuta le imprese ad intraprendere la via degli investimenti, sul futuro, sulle idee. Queste ultime soluzioni almeno posso prospettare una società diversa, un'economia più umana, quindi che dà il giusto peso al reale.
Il livello di consapevolezza in questione non si rende “popolare” da un giorno all'altro, è un atteggiamento che purtroppo è spesso portato avanti con posizioni estreme e parziali solo da associazioni ambientaliste, ma è nelle scuole che deve avvenire la formazione, fin da bambini.

Un dubbio: l'aumento dell'incidenza del cancro è realtà o fantasia? Come mai in Italia nelle donne aumenta e negli uomini diminuisce? Questo argomento lo tratterò in un prossimo articolo in quanto osservando alcuni dati dell'American Cancer Society e della sezione dell'ISS denominata Epidemiologia dei tumori del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute sono venute fuori informazioni a prima vista interessanti.

Tornando al discorso primario (che in realtà non esiste) le religioni monoteiste hanno slegato Dio dalle sue creature, dal mondo, portando dio a sinonimo di celebrazione, di puro e semplice rituale, ma pregare “il mondo per un mondo migliore” non significa fare astrazione, come potevano fare i cosiddetti pagani, significa vedere un mondo migliore, vederlo può voler dire individuare i pilastri su cui si deve fondare un nuovo modo di vivere socialmente accettato e valorizzato.

Siamo ben lontani da queste nobili aspirazioni per via della distorsione mentale che ha provocato nella cultura occidentale il capitalismo estremo fatto di denaro virtuale, di corporation (multinazionali), di PIL che può essere sempre e solo crescente, pena aumento del debito dei singoli paesi rispetto alla moneta prestata che ha invece solo un valore nominale (a tal proposito un approfondimento sul signoraggio sarebbe doveroso), di prodotto che passa in secondo piano rispetto al prodotto nuovo fino a rendersi conto un giorno di non saper più dove mettere il vecchio: “Ops, scusa, a questo non avevo pensato”.
Sarebbe come comprarsi una macchina e cercare di stiparla nel garage: “ma nel garage c'è ancora la vecchia!”
Una battuta: si riciclano meglio i soldi che i rifiuti, anche se la raccolta in entrambi i casi tende comunque ad essere sempre poco differenziata.

Ricordo ad esempio una lezione di economia fatta qualche anno fa all'università, l'argomento era “La responsabilità sociale dell'impresa”, c'erano due docenti, uno era il nostro, il professore ordinario che teneva il corso, l'altro, una donna, esperta del settore, invitata per l'occasione.
Dopo due ore di lezione il quadro che ne era venuto fuori è che i temi quali ambiente, risparmio energetico, sfruttamento manodopera, salute dei dipendenti, esternalità negative sono tutti elementi interessanti e contabilizzabili per un'impresa, ma danno benefici (e non certi per l'impresa) solo nel lungo periodo, quando quello che conta per sopravvivere nel mercato rimane sfornare prodotti a costi sempre inferiori e possibilmente nel breve massimo medio periodo.
Le due logiche (basate solo sul valore del denaro) si scontreranno e vista la concorrenza scorretta di molte aziende quasi tutti propenderanno per la riduzione dei costi come unico obiettivo.
Risultato: nient'altro che belle parole e non a caso solo dopo 4 anni ho risentito parlare pubblicamente di responsabilità sociale dell'impresa, come delle banche, proprio in coincidenza di questa grave crisi che stiamo cercando di attraversare e i cui effetti devono ancora manifestarsi nella loro pienezza.

Per tornare all'inizio se invece tutto rimane così com'è, senza nessun cambiamento sensibile, con le banche, le lobby economiche e finanziarie, quindi il denaro a guidare ogni aspetto della vita degli uomini allora le possibilità di conduzione di una vita decente nel lungo periodo potrebbero essere seriamente intaccate.
Qualcuno dirà che comunque inizieremo a colonizzare tra un centinaio di anni un altro pianeta per cui chi se ne frega della Terra, anche lei diventerà un rifiuto umano, speriamo solo che gli umani non diventino un rifiuto dell'universo.
Forse sono ottimista ma ho visto, studiato e conosciuto uomini che mi hanno dato un'altra idea dell'umanità, non esiste solo l'uomo come forza arrogante e distruttiva dell'universo, ma esistono anche coloro che popolano il mondo come costruttori razionali e lungimiranti, che non conoscono solo l'interesse egoistico, il qui e ora, quelli che comprendono che al di là del tempo e dello spazio prima o poi si faranno i conti ultimi dei costi-benefici e che questi potranno non avere nulla a che spartire con l'affermazione temporale su questa terra.

A quanto pare ho scritto abbastanza affinché la maggior parte dei lettori siano fuggiti prima della fine di questa dissertazione, quasi un flusso di coscienza razionalizzato, così anti-web marketing da essere ben costruito per il web marketing, ho trattato degli argomenti più disparati, ognuno dei quali si potrebbe affrontare studiando e scrivendo enciclopedie intere, ma non ho tempo di farlo per cui questo è quello che ho in dono per voi, o per me, che dir si voglia...

04 febbraio 2009

Alternative alla SIAE per la tutela dei diritti d'autore

Siae. Palazzo EurQuali sono le alternative alla Siae? Tra gli addetti ai lavori del mondo musicale, ma anche di quello artistico in generale, si discute spesso del sistema italiano per la tutela dei diritti d'autore basato sostanzialmente sull'organismo della SIAE (Società Italiana degli Autori e degli Editori).
Prima di tutto bisogna dire che se si vuole riconoscere la paternità della propria opera il vecchio sistema della raccomandata contenente il proprio cd, libro, composizione, autoinviata e mai aperta fino all'eventuale contenzioso dovrebbe avere una qualche valenza legale.
Ma oggi grazie ad Internet c'è un metodo molto interessante, veloce e flessibile, quello delle Creative Commons, che permette di registrare le proprie opere dopo averle depositate in un archivio online definendone anche l'uso che ne possono fare coloro che ne vogliono usufruire.

Con questi sistemi è ovvio che si sta solo tutelando la propria musica, si sta dichiarando la paternità, la proprietà, nel caso in cui però qualcuno voglia utilizzare la vostra opera a quel punto vi accorderete sul compenso. Un dubbio si attaccherà come una sanguisuga ai vostri pensieri visto che la SIAE, ad esempio in un locale dove c'è musica di sottofondo o si tengono concerti, o anche in quei luoghi pubblici dove si proiettano film, sarà comunque pagata per la serata da quella persona e a quel punto uno pensa, vabbè allora tanto vale registrarsi per usufruire anche dei compensi derivanti dalla trasmissione della propria composizione.

Il ruolo della SIAE è tutelare e gestire le opere regolarmente registrate, concedendo o autorizzando la loro utilizzazione o riproduzione, percependo per ciò un compenso da chi vuole usare per qualsiasi motivo questi prodotti artistici, ripartendo poi tra gli autori il denaro raccolto, tra le finalità vi sarebbe anche quella della valorizzazione degli autori minori che hanno meno risorse, un'utopia. Alla luce della situazione attuale quest'ultimo è uno degli elementi che deve far riflettere soprattutto la politica annebbiata che ha demandato ad un solo ente privato la tutela e la valorizzazione della cultura che dovrebbe agire, per le sue caratteristiche, da società pubblica, quando in realtà è lampante come l'interesse di pochi e navigati prevalga su quello della collettività. Nulla di nuovo sotto i cieli italiani.
Essa agisce in regime di monopolio, ciò significa che è l'unica società italiana formalmente riconosciuta che può svolgere questa funzione.

Nel consiglio di amministrazione sono più che rappresentate le major e gli editori mentre gli autori (che ovviamente sono solisti) hanno un minor peso, se non quasi nullo; in effetti ciò che ne consegue da questo tipo di management è una griglia con criteri di ripartizione dei compensi a dir poco ridicola, con aspetti burocratici (come l'annullamento di un borderò intero per un solo nome scritto male) o l'uso della ripartizione a campione (stilato dalla stessa SIAE e non da terzi) che sembrano essere creati ad arte per fare in modo di poter gestire una massa di denaro (640,5 mln di euro di ricavi nel 2006 e 11 milioni di attivo nello stesso anno) secondo una politica altamente discrezionale quando non nociva della maggior parte dei membri.

Un altro aspetto interessante è quello relativo all'esborso degli autori per iscriversi, per poi pagare una quota annuale e per ogni singolo pezzo depositato. Si tratta di cifre che visto le difficoltà dei ritorni dei diritti ai piccoli autori diventano un macigno, se non economico, quantomeno morale.

Fortunatamente in soccorso viene il mercato europeo, così ognuno può eventualmente tutelarsi con la tedesca GEMA, la francese SACEM, la spagnola SGAE, la SUISA svizzera. Si va dai 15 euro di iscrizione della SGAE ai 100 franchi (circa 67 euro) della SUISA fino ai 116 euro della SACEM.
Il consiglio è di chiedere, inviare email, informarsi per conoscere i costi d'iscrizione, di deposito delle canzoni, come e quanto viene ripartito agli autori, la SIAE su alcuni punti appare più che latitante, ed in molti lamentano l'inettitudine, quando non assenza, dei dipendenti delle segreterie.

Iscriversi però ad un'altra società non significa aver aggirato la SIAE, infatti se le proprie produzioni vengono utilizzate in Italia sarà sempre la SIAE, grazie ad accordi internazionali, a raccogliere i diritti, trattenerne una parte relativa ai costi di gestione, per poi girarli alle altre società straniere. Un passaggio in più non può che essere deleterio per l'autore.
Forse la vera e unica differenza tra la SIAE e le società straniere (dimenticando i costi di membership, burocrazia, deposito, bollino blu ecc...) è la sua inefficienza, sembra quasi essere un suo obiettivo e del resto è utile ed ideale per chi ha già un ruolo chiave nel mercato discogratico, editoriale.

Comunque sia se volete capirci qualcosa in più sul funzionamento dell'oligarchia italiana che gestisce e ripartisce i diritti d'autore italiani vi consiglio di guardare il documentario intitolato Il Sottofondo della Siae di Report spezzettato in diversi video qui di seguito.

Prima parte


Seconda parte


Terza parte


Quarta parte


Quinta parte


Sesta parte


Settima parte


21 gennaio 2009

Il film su Nikola Tesla

Nikola Tesla, ingegnere e scienziato, ai più sconosciuto, omaggiato recentemente anche da Google con un Logo ad hoc, è probabilmente una delle figure più sottovalutate nella storia della scienza, tanto che per entrarne in contatto bisogna muoversi tra letture e informazioni legate più a canali di fantascienza, occulto e "complottismo" piuttosto che alla scienza ufficiale, quasi si trattasse di stregoneria. Ma conoscendo a fondo la sua storia ci si accorge che la realtà è ben diversa, sorgono quindi affascinanti interrogativi.

Possibile che il sogno di un'energia libera, pulita e disponibile per chiunque era già balzato nella mente di una persona alla fine dell'800, quando il mondo non era affamato e ossessionato dall'energia? E com'è possibile che invece di proseguire sulla via di queste ricerche si è deciso di andare avanti solo su quella dei combustibili fossili, dell'energia idroelettrica arrivando al nucleare?
E' possibile perché la scienza si muove nel mercato, attraverso i soldi percorre o abbandona alcune strade piuttosto che altre.
Una scienza completamente libera e disinteressata è un'utopia, non bisogna stupirsi se alla fine gli interessi e le lobby economiche, culturali o politiche allontanino gli scienziati da studi e ricerche che darebbero all'umanità scoperte e risultati potenzialmente ed "umanamente" migliori.

Le scoperte e le invenzioni di Nikola Tesla hanno riguardato principalmente il campo dell'elettromagnetismo, si può considerare con i suoi studi il padre dei radar, dei segnali radiotelevisivi; ma la sua attività e gli studi teorici hanno abbracciato anche altri campi, dall'energia, all'aeronautica cercando sempre di sperimentare quando possibile, in quanto più che un teorico era un pratico, uno che voleva dare vita ad ogni sua teoria, verificarla.

Il film che vi propongo, molto vecchio, probabilmente croato, ripercorre parte della storia di Tesla, una chicca che ho scoperto tempo fa su Internet, è per la maggior parte in lingua inglese ma sottotitolato comunque in italiano, non si può chiedere di meglio. Nella parte di J.P. Morgan il leggendario Orson Welles.




20 gennaio 2009

World Future Energy Summit

World Future Energy SummitLa città Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, sta ospitando proprio in questi giorni la seconda edizione del World Future Energy Summit. Curiosamente la location visto i temi affrontati balza all'occhio, gli Emirati Arabi infatti, con le sue sette “province” in cui è diviso (7 emirati per l'appunto), è florida patria del petrolio, e Abu Dhabi è la stessa città da cui proviene il ricchissimo petroliere arabo presidente della squadra di calcio del Manchester City.

Così risulta strano che in un territorio del genere si affrontino tematiche quali free-energy, eolico, solare, idrogeno, cioè tutte quelle alternative al petrolio; ma se del resto iniziano a comprenderlo anche nei paesi arabi possiamo azzardare che forse c'è una speranza per l'uomo su questa terra.
A parte le presunte contraddizioni, al World Future Energy Summit saranno presenti ben 15.000 delegati, 300 espositori e 20 delegazioni governative.
Da sottolineare anche la presenza di Enel Greenpower alla caccia di partners per investire in nuovi progetti nel campo delle energie rinnovabili.

Il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, ha sottolineato come il WFES sia destinato a diventare, per quanto riguarda l´energia del futuro, l´equivalente del vertice di Davos sulle questioni globali facendo eco anche alle parole del ministro dei trasporti tedesco, Matthias Machnig.
Quest'ultimo ha riferito che il mercato globale delle tecnologie ambientali è stimato in 1.400 miliardi di euro, per arrivare a 3.100 miliardi entro il 2020. La Germania, paese guida per i progetti di energia rinnovabile e che ha fondato la International Renewable Energy Agency, passerà da 220 miliardi di oggi a 500 miliardi nello stesso periodo. Ciò significa che l'energia diventerà uno dei principali mercati, superando addirittura quello dell'automobile, portando quindi a un rilevante riassetto dell'economia mondiale.

Temi che non possono essere trascurati e che in effetti, nonostante la crisi economica, hanno attirato al Summit molti addetti ai lavori e non, dimostrando quanta attenzione ci sia intorno.
Aspettando la conferenza internazionale che si terrà a Dicembre 2009 a Copenaghen sui cambiamenti climatici l'Italia che fa?
Il nucleare?

Di seguito un video che tratta di nuovi progetti e sistemi di produzione di energia elettrica.



Baciami

La terza canzone è Baciami. Il protagonista racconta tra le altre cose un interessante aneddoto verificatosi in banca e che può sempre ripetersi, anche se ci è stato assicurato che le banche italiane sono forti e che lo stato garantirà per quelle che si troveranno in maggiore difficoltà, scongiurando qualsiasi possibile fallimento delle stesse.

Stamattina sono rimasto a casa, ho la febbre, non ricordo l'ultima volta in cui non mi sono presentato al lavoro, ma oggi mi sento malato, d'amore. Sarà che non è mai facile continuare a far funzionare una storia vedendosi una volta alla settimana quando va bene, c'è chi ci riesce, io ci sto provando. Ho i miei impegni, lei anche, io vivo a Milano, lei a Bologna, io lavoro come consulente di un'associazione dei consumatori, a lei piace girare ore e ore per negozi.
A proposito, proprio ieri sono entrato nella mia banca durante la pausa pranzo per prelevare 1,200 euro, una banca di prim'ordine, mi rivolgo al cassiere e gli dico che avrei dovuto scambiare l'assegno emesso da un'altra sede di banca della stessa proprietà. Il giovane cassiere neo-assunto prende l'assegno, mi guarda e mi dice che non può. Ed io: “Non può far che?”
“Non posso darle i soldi?”
“E perché?”
“Al momento non c'è disponibilità, provi ad andare direttamente alla sede centrale.”
“Non c'è disponibilità? Sta scherzando? Gli assegni emessi dalla stessa banca si possono riscuotere in una qualsiasi filiale, guardi, c'è anche scritto.”
“Lo so, ma guardi non è possibile, eventualmente può ripassare più tardi.”
“Mi faccia parlare con il direttore.”
“Va bene, provo a sentire.”
Dopo 2 minuti il ragazzo senza un filo di barba e che probabilmente sarà trasferito altrove entro qualche mese:
“E' occupato.”
“E' occupato? Allora mi faccia una dichiarazione secondo la quale la banca è insolvente.”
Stupore. “Che cosa? Un attimo che sento dal direttore.”
Dopo qualche secondo è ritornato:
Disagio. “E' ancora occupato purtroppo, se può attendere, si accomodi pure di là.”
“Certo, mi accomodo, nel frattempo chiamo i carabinieri per denunciare l'insolvenza.”
Il giovane credeva scherzassi ma non era così, la sua espressione è cambiata non appena si è reso conto che stavo veramente chiamando e parlando con i carabinieri, a quel punto, dopo aver ricevuto frettolosamente un paio di input dai colleghi, si è rivolto verso di me:
“Ehi, senta, abbiamo i soldi!”
Quasi un film comico, più tragicomico, si è infatti succeduto alle parole un tram tram che ha coinvolto tutti i dipendenti della banca, mi sono stati dati i soldi, con una raccolta fondi di piccoli tagli, qualcosa di ridicolo, ma soprattutto di drammaticamente preoccupante, pensare che i miei soldi siano custoditi da una banca presso la quale non posso poi riscuotere nessuna cifra mi fa venire i brividi di terrore e un nervosismo ceco, ancora oggi se ci ripenso non so se piangere, infuriarmi o ridere.

Per cercare di risollevarmi all'uscita dal lavoro, la sera, sono andato a comprare dei fiori, quelli che piacciono a te, ho cercato di iniettarmi una scatola dei tuoi antibiotici per combattere il veleno che la banca mi ha fatto bere forzatamente, devo dire che nonostante tutto il tuo pensiero è riuscito a quietarmi.
Così oggi ho preso il treno, poi un Taxi e sono arrivato a casa tua, a quella specie di casa in affitto che hai trovato, pagarla in nero è l'unico modo per averla, certo però che hai un bel giardino, io dormirei lì, mi sentirei più al sicuro che sotto quel tetto sorretto da pareti umide e incrostate.
Ti ho lasciato un vaso di fiori di fronte alla cuccia del cane che ti ho regalato un anno fa e ritorna e resta tra miei pensieri, non c'è distanza nel nostro amore, i fiori saranno concime per altri fiori.
Appena arrivata a casa, dopo averti aspettato davanti all'ingresso, siamo entrati, finalmente, io e te di nuovo insieme.
Con spirito d'iniziativa propongo: “Ti faccio un bel piatto di spaghetti alla carbonara, li cucino io! Ma prima baciami, baciami ancora, baciamo, baciami ancora.”
“Gli spaghetti rischiano di scuocersi se stanno ancora sul fuoco...”
“Ma come resisterti vedendo i tuoi occhi azzurri una volta ogni tanto.”
Aspetto l'istante di un tocco, giù da un treno il suono in ginocchio, prego sia tu a cantarmi la canzone, io non scrivo che di sapore, il tuo nell'occhio giallo del girasole, nel sogno dove ogni cosa è illuminata, come a Trachimbrod, “ricordi il film?”
E prendimi amore, lasciamoci in pace, come siamo dentro quando siamo insieme.
I baci si sono susseguiti a catena, in un escalation palpitante, in pochi istanti eravamo a letto, addio spaghetti ma buon appetito amore!

01 dicembre 2008

Saldi e offerte, risparmiare è possibile

carrello della spesa
Risparmiare sulla spesa è possibile, grazie ai saldi tutto è possibile, ora che si avvicina il Natale diventa ancora più importante, non si può fare brutta figura, bisogna sforzarsi per le festività e fare ulteriori sacrifici. Questo sembra suggerire il consumatore medio ormai completamente rimbecillito. Così fare la spesa diventa un sport estremo non solo per i portafogli sempre più sgonfi (almeno una decina d'anni che si sgonfiano) ma addirittura fisicamente estremo.
Ricordiamo ad esempio le scene primitive trasmesse dai nostri telegiornali degli assalti ai nuovi supermercati che sono nati in alcuni paesi mediorientali e che noi abbiamo considerato prova della loro incontestabile arretratezza culturale.

Ma qui se c'è qualcuno che invece di evolversi è diventato più selvaggio, quello è il consumatore, dal più povero al più ricco, in ogni parte del mondo, un coglione a tuttotondo, che non sa nemmeno cosa vuole e si abbandona all'allegria e all'eccitazione delle pubblicità.
Se i ricchi possono fregarsene e spendere soldi senza averne poi tanta cura, nuotando nel superfluo, per i poveri l'offerta sembra diventare l'unica ancora di salvezza, dimenticando che la forza dei supermercati è proprio quella di proporre un'ampia fascia di prezzi e qualità per lo stesso prodotto, a prescindere dalle offerte.

Così capita che un commesso venga ucciso da una folla di shoppettari appostati fuori dal supermercato Wal-Mart fin dalle prime ore dell'alba il primo giorno di sconti.
In questo turbine di follia un Lidl a Bologna propone un gioco grazie al quale chi è stato scelto può in un minuto raccogliere tutto ciò che gli viene a tiro nel supermercato per poi portarlo a casa senza pagarlo. I poveri sorteggiati ringraziano.

Dopo il crollo finanziario di cui tutti paghiamo e pagheremo le conseguenze questi sono probabilmente i residui creativi e bizzarri di un capitalismo che deve essere ripensato e che non può trascurare l'ignoranza del consumatore, del cliente nel lungo periodo.

24 novembre 2008

Quale lavoro o facoltà scegliere dopo il diploma?

Quale percorso di studi intraprendere? Continuare a studiare oppure andare subito a lavorare dopo il diploma? Quale facoltà scegliere?
Per la gran parte dei giovani che cercano lavoro sono sicuramente tempi difficili, l'economia è in profonda crisi e l'Italia è cresciuta negli ultimi anni a ritmi a dir poco ridicoli, non a caso i nuovi posti di lavoro sono derivati soprattutto dall'inserimento della flessibilità nel mercato, spinta poi verso la precarietà in molti casi o il tempo indeterminato in quelli più fortunati.

Secondo uno studio ripreso dal giornale Repubblica l'offerta di lavoro in media arriva dopo l'invio di 32 curriculum, per email, per posta o di persona. Praticamente bisogna spendersi nelle pratiche di spamming per trovare un posto di lavoro.
Non c'è differenza tra laureato e non all'ingresso del mondo del lavoro, ovvio, quando non serve una conoscenza troppo specifica. Bisogna saperlo, in quanto ci si accorgerà che all'inizio lo stipendio per un neolaureato partirà quasi sempre e comunque dallo scalino più basso che probabilmente non rispecchia quello che è il valore che ognuno pensa di aver acquisito negli anni di studio.

Così uno cerca di inserirsi nel settore professionale per il quale nutre maggior interesse, magari anche in linea con i propri studi (dovrebbe essere così), sapendo che è all'inizio dell'opera, dovrà svenarsi se vorrà concludere qualcosa e progredire, sperando che il progresso di carriera non derivi da logiche di anzianità sulle quali l'Italia è stata costruita fino ad oggi, e non a caso ne paga i frutti marci dell'inefficienza, dell'incompetenza, della conservazione, del clientelismo ecc...

Questo discorso riguarda soprattutto coloro che hanno studiato e che potrebbero essere portati a credere che gli sforzi nello studio saranno premiati da subito nel lavoro, non è così, lo studio serve soprattutto nel lungo periodo, spesso neanche in termini di contenuti ma in primis di metodo, è probabile anche che nel lavoro lo sforzo da fare non sarà inferiore a chi invece non ha una laurea ma si è formato sul campo.
Ora verso la fine degli studi superiori il consiglio che posso dare è quello di ricercare dati e studi sui settori in maggiore fermento oggi e in prospettiva, cercando di vedere quali sono quelli che possono rientrare nei gusti personali. E' triste ammetterlo ma partire dai propri gusti rischia di essere la scelta peggiore in un economia molto ingessata, perché qualunque sforzo si farà potrebbe essere inutile se in quel segmento non ci sarà mercato e dunque opportunità professionali. La tendenza dei datori di lavoro è quella di muoversi al ribasso in ogni contratto offerto per cui Babbo Natale non esiste, ma con il lavoro duro e facendo attenzione ai contratti si può iniziare dopo qualche tempo ad avere pretese e ambire a maggiori soddisfazioni, economiche e non.

Inoltre non bisogna farsi spaventare dalla propria esperienza scolastica fino al diploma, l'università è un mondo diverso, per cui anche se si potrebbe faticare in qualche materia è anche vero che quello sforzo verrebbe ripagato se si è scelta la facoltà giusta.

L'ultimo punto che voglio sottolineare è che se si esclude poche facoltà, quali possono essere ingegneria, informatica e medicina-derivati, tutte le altre offrono spunti interessanti sul mondo reale ma poco per il mondo del lavoro: é essenziale saperlo per non costruire castelli di sabbia sulle proprie speranze.

Tutto il resto è ciò che si riesce a fare con le proprie mani e il proprio intelletto, anche disattendendo quelle che sono le previsioni del sistema economico, perché dopotutto ci hanno insegnato che il capitalismo alla lunga premia il genio che si applica (qui c'è puzza di meritocrazia, quella materia oscura per la maggioranza italica); si può sognare e pensare che si potrà fare ciò per cui ci sentiamo più portati? Sì si può, yes we can, because one day old people have to die.

A parte tutto, il mercato del lavoro italiano non può che migliorare, almeno questa è la mia speranza, bisogna stare pronti alla risalita e valutare al meglio le offerte, cercando di selezionare quelle che possano dare maggiore valore al vostro curriculum quando non le considerate scelte definitive (ormai sempre più rare).

I mercati più attivi ora e in prospettiva riguardano l'informatica e tutto ciò che si lega ad Internet, il settore pubblico, comparto ospedaliero, nel quale i contratti a tempo inderminato sono in maggioranza (gli infermieri e i tecnici sono sempre pochi), quello delle energie rinnovabili, l'ingegneria (dalla gestionale alla meccanica), per le materie tecniche da sfruttare nell'industria le offerte sono tante. Poi se sa vendere è ha un bel visino può anche lanciarsi nel commerciale, in questo caso una laurea è utile ma non necessaria, così come per scrivere su un giornale come fanno la gran parte dei giornalisti...certo per scrivere bene e capire ciò di cui si parla di volta in volta ci vorrebbero almeno 4-5 lauree che ricoprano i principali campi del sapere umano.

21 novembre 2008

Economia e musica


Il mondo della musica in Italia, come molte realtà imprenditoriali e soprattutto d'ingegno, è sottosviluppato, non ci sono incentivi per aiutare la cultura ad esprimersi e non c'è dinamismo, si preferisce fare qualche investimento solo su ciò che c'è già portandoci inesorabilmente verso una dolce e lenta morte sociale e culturale.
Colui che vuole mettere a frutto le proprie potenzialità deve occuparsi spesso di tutto quel mondo che sta intorno, non meno fondamentale; entro certi limiti è plausibile, soprattutto all'inizio, ma è inaccettabile nel lungo periodo perché porta a disperdere le energie in una serie di attività ed investimenti che dovrebbero svolgere altri in economia funzionale.

In Italia viviamo di coverband, è scandaloso. Dopo aver sentito le parole del direttore del Rolling Stone Carlo Antonelli, il quale ha fatto notare che nelle classifiche di vendita in Italia degli ultimi anni gli imperatori incontrastati sono solo gli anziani signori della musica, una voce interna mi ha suggerito che non ci resta che suonare per dio (magari anche bestemmiando) o per chi non ci crede per una bottiglia di Rum nei ritagli di tempo, a me il Rum non piace e nemmeno l'impronta benevola di dio mi sembra così presente in questo nostro mondo allegro.
In fondo la musica è tanto fiabesca quanto inutile per cui perché pensare all'arte quando quasi tutti i campi ad alta "genialità" sono in crisi in Italia, si pensi alla precarietà nella ricerca e alla fuga di cervelli, emblema della decadenza italiana.

Da quando i giovani in Italia hanno paura del futuro? Da quando le paure hanno sostituito le speranze? Da quando si chiede a un giovane di assumersi tutti i rischi e i costi di una professione grazie a contratti a progetto prolungati per anni, a datori di lavoro che consigliano l'apertura della Partita Iva ad uno che si appresta a svolgere il primo lavoro e che non conosce ancora nemmeno l'ambiente. Ora se il contesto permetterebbe la promozione dei meritevoli e anche con moneta sonante allora
il rischio è contemplabile (vuoi guadagnare di più prova a metterti in gioco), ma se il mercato è ingessato, la flessibilità s'intende solo come sistema per pagare meno tasse allora non si è capito molto ai piani alti di macroeconomia, di economia nel medio e lungo periodo, di modelli di società a cui ci si vuole ispirare.

Un appello ai musicisti, facciamo una cosa tutti insieme, riconvertiamo le nostre band a coverband e ammazziamo del tutto il futuro della musica italiana che vive solo sui nomi storici e sulla SIAE, ed è normale, visto che la popolazione italiana è sempre più vecchia, i giovani sono una fetta marginale ai fini del mercato economico ma anche politico (quello che i politici non dicono). Anzi facciamo una cosa, ammazziamo i giovani o perlomeno "Scattarriamoci sopra" come Manuel degli Afterhours, rendendo chiara la loro inutilità, la loro leggerezza dell'essere.

Non è comunque un mio problema quello dei giovani, io sono vecchio e maturo da quando ho 15-16 anni.
Questo è solo un approfondimento a braccio sul legame tra musica (cultura in generale) ed economia.

12 novembre 2008

Sistema informativo: analisi

Informazione, comunicazione, giornalismo e promozione-marketing: questi sono i pilastri di un sistema informativo. Ognuno di essi ha valore preso singolarmente ma per comprendere e valutare l'insieme è necessario metterli in relazione.
Prima di tutto bisognerebbe aver chiaro di cosa si tratta.

Per informazione possiamo definire qualsiasi dato contestualizzabile che può essere codificato e quindi interpretato nella misura più o meno idonea ed efficace dal ricevente.

La comunicazione è ciò che sta intorno all'informazione, o perlomeno ciò che dovrebbe stare intorno, purtroppo a volte si fa comunicazione anche avere alcuna informazione rilevante (la cosiddetta costruzione sulla “fuffa”), ma sulla rilevanza delle informazioni si aprirebbe un altro capitolo che per ora non voglio affrontare. La comunicazione si lega dunque alla trasmissione del dato attraverso un canale e comprende il linguaggio di codifica e gli strumenti e i mezzi per strutturarla e diffonderla.

A questo punto l'informazione può prendere due strade, a seconda di chi la deve usare e a seconda del risultato che si prefigge colui che si occuperà della gestione dell'informazione e della strutturazione della comunicazione.
Dunque le due strade saranno quelle del giornalismo e quelle più propriamente legate a logiche di mercato, quindi di promozione e marketing.


Nel primo caso
l'obbiettivo è quello di formare intorno a un certo argomento: definizione disincantata che intercetta quello che è il potere mai neutrale del giornalista, cioè creare l'informazione e non solo tradurre un dato riconosciuto come reale. Il giornalista cerca di chiarire il contesto dando gli strumenti per l'interpretazione al lettore se non addirittura interpretando direttamente, magari rendendo palese il proprio punto di vista senza però che sia vincolante in partenza ai fini della comprensione dell'informazione. Il giornalista dovrebbe essere completamente slegato dall'informazione, cioè non essere in conflitto con l'editore, il direttore, o avere un qualunque interesse economico e tornaconto personale al di fuori del riconoscimento più o meno formale nel proprio lavoro. Qui si potrebbe aprire una parentesi ampia su quello che è il campo a maggior rischio di infiltrazioni imprenditoriali e conflitti d'interesse, cioè il giornalismo economico.

La seconda strada che ho esposto è quella della promozione, del marketing, si tratta di trasformare il dato in qualcosa dalla quale l'azienda possa trarre giovamento a livello di comunicazione interna ed esterna; significa dunque fare le cosiddette marchette che servono a pubblicizzare l'azienda verso i clienti esterni, marchette non in senso dispregiativo, ma dubitativo, cioè dubitare (sempre e comunque ma tanto più nelle promozioni), perciò non bisogna dimenticare che i canoni di ogni pubblicità devono mettere in primo piano gli aspetti positivi, di forza, di efficienza e di originalità dell'azienda (se non ci sono inventarli) mentre si deve tralasciare o far passare inosservati quelli negativi.



Ho affrontato la comunicazione verso l'esterno dell'azienda ma se c'è un aspetto fondamentale del funzionamento delle aziende questo è individuabile nel sistema informativo interno, quanto più è efficiente e quanto più esso è utile ai fini di ogni piano di sviluppo aziendale. Questo tipo di comunicazione è certamente più vicina alla forma del giornalismo piuttosto che a quella del marketing, anche se differisce per quanto riguarda la parte sull'interpretazione dei dati che spesso in azienda diventa un processo lungo e cruciale, meno immediato, poiché l'obbiettivo primario non è tanto semplificare e chiarire i dati per un esterno ma usarli per sviluppare il futuro dell'azienda stessa.

In generale in ogni sistema informativo, micro o macro che sia, entrano in gioco le competenze, gli strumenti e le tecniche quivi affrontate.