05 marzo 2009

Monumento ai caduti di Gualtieri

Monumento ai caduti di Gualtieri
L'Italia è costellata da opere commemorative tra le quali spiccano in gran parte dei comuni, dai più piccoli alle grande metropoli, i monumenti ai caduti, in gran parte edificati per ricordare le vittime e i martiri delle due guerre mondiali.
In particolare il monumento ai caduti di Gualtieri, paese reggiano famoso anche grazie al pittore Ligabue vissuto proprio su questo territorio, si trova in piazza 4 Novembre, dietro al Palazzo Bentivoglio (volgarmente chiamato Palazzone).
Si tratta com'è ovvio di un'opera per la memoria la cui storia è tutt'altro che celebre e nota al comune di Gualtieri e alla sua gente, sembra oltretutto sempre più inaccessibile alle nuove generazioni vista l'assenza nella biblioteca del paese di testi e libri di storia locale che fanno riferimento a questo monumento e alla sua realizzazione.

Questo vuoto documentario mi ha molto sorpreso e ciò non ha fatto che rafforzare l'idea di partenza con cui mi accingevo ad osservare questa testimonianza commemorativa: l'ignoranza come pratica del non fare-osservare diffusa, la mia ignoranza che diventava sempre più palese facendo foto e concentrandomi sui dettagli.
Come nasce il monumento? Sono riuscito ad ottenere le informazioni basilari grazie ad una biografia dell'artista Alberto Bazzoni e a Gianluca Torelli, esperto di storia e arte locale, già autore di guide del paese.

Il primo “Monumento ai caduti” di Gualtieri viene eretto nel 1924, in epoca fascista, ad opera dello scultore Alberto Bazzoni, non nuovo a questo tipo di realizzazioni, dopo aver vinto il concorso istituito appositamente. Era situato al centro della piazza Bentivoglio ed aveva la funzione di ricordare i morti della prima guerra mondiale: così come avveniva altrove e con altri mezzi il fascismo cercava di infondere l'amore per la patria, per i suoi eroi, richiamando più o meno indirettamente a pulsioni e stati d'animo quali coraggio, identità, inflessibilità; tutte tematiche care al fascismo, e più in generale ad ogni dittatura.
Il monumento, un obelisco, era strutturato in una base di marmo larga sormontata da un tronco di piramide lungo e stretto. La descrizione risulta lacunosa a causa delle poche informazioni che ho potuto ricavare.

Dopo la caduta del fascismo il monumento è rimasto intatto fino alla fine degli anni 60', quando durante l'amministrazione Salomoni è stato dismesso e la base di marmo di cui era fatto è andata a comporre il nuovo “Monumento ai caduti”, quello dietro il Palazzo Bentivoglio per l'appunto.
Si è proceduto quindi con un'opera di collage, le uniche informazioni di cui potevo disporre, i documenti comunali mi sono stati preclusi per via del disordine con cui sono stati archiviati e sebbene mi sembrasse di essere uno degli assistenti di Dan Brown ho desistito dall'impresa.

Dunque “i caduti” sono stati commemorati attraverso la fusione di differenti periodi storici nonché materiali: il vecchio marmo, con la vecchia iscrizione di stampo futurista “Al magnanimo sogno d'italica luce trasfigurante l'impeto feroce della voluta offesa per la difesa sacra,” in numeri romani è indicata la data 16 Novembre 1924.

Sotto l'iscrizione possiamo trovare poi una targhetta in bronzo su cui c'è scritto “L'associazione naz. Famiglie e adulti dispersi in guerra nel cinquantenario 1918 – 1968”, documento scritto che prova la commistione di due azioni commemorative distinte, una fascista per i morti della Grande Guerra e una più generale ed ideologicamente neutra che abbracciasse sotto un'unica bandiera tutti i morti delle due guerre.
Sulla base marmorea sono stati poi messe le targhette di tutti i paesani morti in ordine alfabetico, prima quelli caduti nella Prima guerra, poi quelli della Seconda Guerra Mondiale, soldati, figure militari e civili indistintamente, altro possibile segno di un tentativo di superamento delle ideologie, a voler sottolineare che la guerra finisce per essere comunque una tragedia per tutti, a prescindere dallo schieramento di cui ognuno abbia fatto parte.

Oltre alle prime sensazioni di vuoto emotivo, di tragicità e pure smarrimento di fronte ad un'iscrizione (quella fascista) che contrastava con la terribile realtà della guerra, ciò che ho potuto ricavare dall'osservazione del “Monumento ai caduti” credo possa avere un valore sociologico, nel senso che considerandomi in parte riflesso della società credo di poter e (anche di dover) comunque trarre anche da quest'esperienza personale spunti e riflessioni più generali.
Mi sono trovato di fronte a qualcosa che avevo sempre visto fin da bambino ma al quale non mi ero mai avvicinato per leggere tutte le iscrizioni e le targhette, scoprendo ad esempio che i caduti commemorati sono sia della prima che della seconda guerra mondiale.
Cosa significa? E' un esempio di come la curiosità non sia messa a frutto, se non raramente, l'invasione dell'immagine a cui siamo sottoposti nella vita di tutti giorni forse non aiuta (la televisione, la pubblicità, il cinema); rimane il dato di fatto che ciò che ci circonda materialmente sembra non differire per nulla da ciò che si fruisce passivamente davanti ad uno schermo.
Il risultato è la trasposizione della passività dall'ambiente domestico al mondo circostante, quasi tutti sanno che “quel monumento è lì per ricordare i caduti”, non si va oltre l'informazione minima, a volte non c'è nemmeno quella; certo forse accusare la televisione di dar vita a tanti spettatori del mondo acritici e che danno tutto per dato di fatto è estremizzare il fenomeno, ma di certo una relazione c'è.

L'educazione scolastica dovrebbe abituare gli studenti all'applicazione costante della curiosità (che è uno dei principali strumenti che abbiamo contro qualsiasi potere), del dubbio metodico, della ricerca delle relazioni, non è semplice e di certo poi competere attraverso il ragionamento e le parole per smontare l'ideologia dell'immagine basata sul “si vede, è vero, non c'è da aggiungere nient'altro,” può risultare noioso, ma questa è la vera sfida per la libertà.
Forse si dovrebbero ergere monumenti ai martiri della curiosità come monito all'ignoranza, alla pigrizia mentale: la forza dell'ignoranza è che purtroppo nell'ignoranza non si è mai soli.

Il discorso sembra essersi spinto molto lontano dalle prime impressioni avute di fronte al monumento, non è così, in conclusione posso affermare che la curiosità che ho dovuto mettere alla prova per questa ricerca ha messo in luce riflessioni che mi ritrovo spesso a fare sulla società, sulla valenza dell'immagine, sull'informazione semplificata, ripetitiva ed eccezionale dei telegiornali, sulla scarsa curiosità moderna e maggioritaria verso le manifestazioni del mondo.
Prima o poi ci sarà bisogno di un monumento alla caduta della nostra razionalità, della quale del resto la crisi economica sembra essere una conseguenza.

1 commento:

Cesare Rensenbrink ha detto...

questo è molto interessante. Le nuove generazioni sembrano non avere più a cuore le piccole bellezze custodite nelle piazze e nelle vie dei comuni italiani, a testimonianza di questa mancanza di rispetto vedere le scritte ("ALE TVB", "CRI PUTTANA", "W MILAN" ecc... di chiara matrice adolescenziale) che imbrattano il monumento a Ferrante Gonzaga in piazza a Guastalla, oppure le scritte inneggianti al duce apparse per le vie del centro di Brescello.